Raskolnikov 11 – OPA DEMOCRATICA

19 05 2010

di Mario Tirino

Il PD è alla frutta. Scosso dagli spasmi si spera finali delle lotte intestine tra dalemiani e veltroniani, popolari e teodem, ecologisti, liberali, socialisti residui. Fatta salva la genuina volontà di qualche dirigente e del segretario Pier Luigi Bersani, appare chiaro che il Partito Democratico è oggi un progetto fallimentare. Ed è altrettanto evidente agli occhi di un’opinione pubblica attenta che lo stato comatoso dei democratici rappresenta una vera iattura per il Paese, nel momento di massima crisi dell’esecutivo di Silvio Berlusconi, stretto tra le pressioni opposte di Gianfranco Fini e Umberto Bossi, la crisi economica e i tagli alle porte, gli scandali a iosa che intaccano credibilità e fiducia nel governo.

Che fare allora per organizzare un’opposizione degna di questo nome, capace, in tempi non biblici, di raccogliere la sfida del governo di questo Paese, con un progetto credibile?

La via è molto stretta. Come fa notare il direttore di Micro Mega, Paolo Flores D’Arcais, in un’interessante analisi storico-politica sul blog de Il Fatto Quotidiano, il vero problema del PD è la sua classe dirigente. L’intero gruppo che oggi presiede alle sorti del partito ha collezionato una serie impressionante di errori di valutazione, passi falsi, strategie miopi, collusioni con il berlusconismo e, più di tutto, assoluta incapacità di elaborazione politico-programmatica. In barba alle ottime espressioni locali, spesso meritevoli di promozioni interne mai arrivate (eclatante è il caso di uno dei migliori sindaci d’Italia, Vincenzo De Luca, primo cittadino di Salerno, il quale ha dovuto lottare contro una parte – quella facente capo al governatore Antonio Bassolino – del suo stesso partito alle ultime regionali campane). Ora, elencare le magagne di questo gruppo dirigente necessiterebbe di pagine e pagine. Non è detto che non ci torneremo. Ma quello che qui interessa evidenziare è la necessità di seguire una chiara strategia per il ricambio del gruppo dirigente del PD o, in alternativa, per la creazione di una cabina di regia per la costruzione di un grande soggetto della sinistra democratica.

La prima opzione prevede la possibilità che tutta una nuova generazione di giovani politici democratici – da Matteo Renzi a Debora Serracchiani, da Giuseppe Civati a Filippo Silvestri – finalmente possa occupare lo stato maggiore del partito, liberandoci dell’ombra, dei sofismi e delle tragiche sconfitte di Massimo D’Alema e compagnia cantante.

Perché tale cambio possa avvenire, con il prepensionamento di tutta una generazione di illustri cinquantenni e sessantenni oramai stracotti, occorre che siano le stesse nuove leve PD a smarcarsi dai loro mentori e a lavorare, negli organismi interni, per una nuova stagione programmatica, politica e culturale. Progetto utopico.

Seconda opzione, forse meno utopica ma in ogni caso di difficile concretizzazione: creare una larga coalizione di soggetti, politici e non, capace di “occupare” manu militari il PD ed organizzare un vero avamposto di opposizione e difesa della Costituzione, della Resistenza e della legalità. Possibile?

Ragionamoci su. Il motore propulsore di questa strategia dovrebbe essere l’Italia dei Valori e, in primis, il suo capo indiscusso, Antonio Di Pietro. L’ex pm di Mani Pulite deve decidere cosa fare da grande. Il suo partito è quasi giunto al massimo dei consensi. A questo punto Di Pietro ha davanti a sé due alternative: o accontentarsi dello status quo, continuando a lucrare sulle difficoltà del PD per accaparrarsi il voto dei delusi dalla morbidezza dell’opposizione democratica; o giocarsi tutta la posta, fondersi con il PD e lanciare, dall’interno, un’OPA sulla guida del partito. Follia?

Mica tanto. Il PD sta implodendo a un ritmo tale che i suoi stessi capi e capetti fanno fatica a comprendere. Perde posizioni, sostegno, intelligenze. Credibilità. Una personalità forte come Tonino – uno dei pochi a conoscere il significato della parola “coerenza” in politica – godrebbe di un significativo seguito tra quanti sono esausti e sfiniti dalle estenuanti diatribe sul nulla tra le opposte fazioni democratiche.

Naturalmente a Di Pietro non basterebbe il sostegno dei suoi soli elettori per conquistare la guida del Partito Democratico. Né sposterebbe di molti gli equilibri un’eventuale alleanza con la minoranza interna di Ignazio Marino, la più vicina su diversi temi all’interventismo dipietrista (primarie estese, legalità, ricerca). Per scalare il PD a Di Pietro occorrerebbe una vera e propria “chiamata alle armi” di tutto il popolo della Rete e di tutte le associazioni della società civile. Si tratta di un numero consistente di energie e risorse culturali. Pensiamo al milione di persone sotto le insegne del Popolo Viola scese in piazza al No-B Day del 5 dicembre scorso. Ai girotondi. Alle mille isole culturali del Paese che non si rassegnano alla desertificazione morale, etica, valoriale innescata da Berlusconi e dal berlusconismo. Ma pensiamo anche al successo del network di Beppe Grillo, il quale, alle primarie per l’elezione del segretario democratico, prima di essere estromesso, presentò il migliore tra i programmi disponibili, in quanto a progettualità, politiche economiche e di sviluppo (rinnovabili, ricerca applicata, banda larga, tecnologie della comunicazione), nuovi diritti.  In quell’occasione il comico genovese spiegò, con la consueta capacità di sintesi, di voler concorrere alla leadership non solo per mandare in pensione i vecchi boiardi di partito, ma soprattutto per offrire ai giovani democratici una piattaforma di idee che credeva comuni. Ebbene, quella sfida è ancora viva e pensiamo possa essere rimessa in gioco.

Al fronte del nuovo PD potrebbe essere aggregato lo stesso Nichi Vendola. Il governatore della Puglia potrebbe degnamente rappresentare l’ala sinistra del nuovo soggetto politico. Vendola promuove la bellezza e la cultura, le energie pulite, l’ambiente. Si può pensare di fare a meno di un grandissimo politico come lui? D’Alema sta ancora rosicando, dopo avergli pronosticato una sicura sconfitta alle urne: in seguito alla debacle alle primarie per il candidato del centrosinistra alle Regionali pugliesi, del suo pupillo Francesco Boccia (per il quale si spese personalmente, e non poco), ghignò un velenoso “Vendola è buono per vincere le primarie e perdere le secondarie“. L’ennesima caduta di stile, l’ennesimo errore di valutazione di Baffino.

Intanto, l’asse IDV – Sinistra Ecologia e Libertà sta iniziando a lavorare sulle prospettive future: Luigi De Magistris e Nichi Vendola, da tempo assai vicini politicamente, venerdì 21 maggio animeranno a Napoli il dibattito su Sinistra e meridione. Un cantiere per il futuro.

Di Pietro deve muoversi e farci capire. Essere ricordato come un simpatico e strenuo difensore della legalità, del tutto ininfluente sugli equilibri sostanziali del Paese, o gettare la maschera e provare a diventare un politico di riferimento per l’intero centrosinistra?





Intervento – IL SANGUE DI MARIARCA

18 05 2010

di Mariarosaria Napolitano

Svenarsi di lavoro.

Ancora sulla storia della donna napoletena, Mariarca Terracciano, di cui troppo poco si è sentito, e troppo poco si dirà.

Meglio evitare di approfondire, ribadire, ricordare, far capire… Si dovesse mai correre il rischio che la gente capisca, che comprenda il perché, che intuisca le cause, riconosca i colpevoli. No, mai. Non in questo Paese, dove è sempre più opportuno “parlar d’altro”, sempre e comunque. E tutto ciò che appare (o è) amaramente vero ed atrocemente assurdo, sistematicamente andrà taciuto, nascosto, evitato.

Ed oggi, fra le tante altre storie o cose accadute, questo è toccato proprio alla triste e toccante esperienza di Mariarca.

Lascia senza porole quello che è accaduto. Una donna, una mamma, una persona -in un Paese (sedicente) civile- che nel terzo millennio è indotta ad un gesto tanto plateale quanto assurdo per poter far valere (ed applicare!?) “solo” un proprio diritto… Che poi sarebbe un diritto di tutti, non foss’altro che per mero richiamo all’art. 1 della Costituzione. Ma tant’è. E, per paradosso, quasi questa donna ed il suo gesto appaiono “scomodi”: è partito già l’insabbiamento del fatto, lo scaricabarilismo delle pseudo-responsabilità. Ma in che Paese viviamo? Provo dolore per lei, per i suoi piccoli, per la sua famiglia. Soli erano, soli resteranno, purtroppo. In questo mondo, in questa Italia infame!





Raskolnikov 10 – PENSIONI PER TUTTI I POLITICI? PER CARITA’, CHIUDIAMO QUESTO PD!

18 05 2010

di Mario Tirino

Per fortuna che c’è Antonello Caporale. Nel suo blog Piccola Italia su Repubblica.it, il cronista politico ci fornisce una notizia che ha dell’incredibile: tre deputati del Partito Democratico, tutti e tre settentrionali, hanno avanzato in Commissione Lavoro la proposta di legge 2875/09. Di cosa si tratta? Di una norma che obbliga lINPS ad erogare, a chiunque abbia ricoperto un incarico politico, una pensione. Assessori e sindaci trombati, ex consiglieri e così via.

Facciamo i nomi di questi svergognati genialoidi: Maria Luisa Gnecchi, Oriano Giovannelli e Lucia Condurelli. Il PDL, incredulo che una tale sfacciata idea a protezione della peggiore classe politica d’Europa venisse dall’opposizione, ha ovviamente spalancato le porte alla riforma e l’unica reazione responsabile è arrivata da un parlamentare dipietrista, Antonio Borghesi, che ha sbottato: “E’ l’ultima follia della Casta!”.

Ma dove vivono questi tre “onorevoli”? Ma si rendono conto di quale momento sta vivendo il popolo italiano? Hanno ancora il coraggio di presentarsi in pubblico? Si rendono conto che lavorano 16 ore a settimana alla Camera e 9 ore al Senato (notizia, guarda caso, proprio di oggi)? Che, invece di elemosinare ulteriori privilegi, dovrebbero seriamente porsi il problema di tagliare le loro ingiustificate indennità, i loro stipendi, le loro insostenibili spese, i loro conti, le loro pensioni?Perché un povero cristo deve spaccarsi il culo per 35-40 anni per racimolare un miserevole assegno, mentre un politico, che non sa cosa sia una fabbrica, una scrivania, i salti mortali per far quadrare i conti deve vivere nell’agio smisurato, garantito da pensioni di svariate migliaia di euro mensili, dopo soli 36 mesi di (non) lavoro in Parlamento?

Che razza di tempismo hanno avuto questi democratici.. Mi auguro che il PD muoia al più presto. E’ un covo di burocrati che non sanno davvero nulla del loro elettorato. Vivono altrove. Sarebbe bello fossero spazzati al più presto, a partire da quel Massimo D’Alema, massimo artefice delle sventure della sinistra italiana, che teorizza da anni il primato dei professionisti della politica. Professionisti del privilegio, Baffino. E hai voglia di insultare il pur poco rispettabile condirettore del Giornale, Alessandro Sallusti: hai goduto, come tutti i tuoi colleghi, di inenarrabili privilegi (tra cui quello di aver pagato affitti risibili per una casa di proprietà di un ente pubblico) mentre il Paese andava a fondo.

Vergogna PD. Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti sta preparando una manovra correttiva in cui – si vocifera – saranno anche chiuse un paio di finestre pensionistiche per i dipendenti pubblici. E questi si preoccupano di spendere 40 milioni di euro all’anno per dare una pensione ai loro servetti, ai politici trombati e al resto del politicume che alligna negli Enti locali. Siate maledetti, voi, il vostro ridicolo partito e chi riterrà ancora opportuno sostenere le vostre ipocrisie.





Raskolnikov 9 – INCOMPATIBILITA’ E INCANDIDABILITA’. IDEE PER UNA NUOVA CLASSE DIRIGENTE

17 05 2010

di Mario Tirino

In Italia il regime di incandidabilità e incompatibilità per le cariche elettive di ogni grado (Camera, Senato, consigli comunali, circoscrizionali, provinciali e regionali) è una specie di barzelletta.

Il sistema, pur complesso e oggetto di controversie in sede giurisdizionale (vedi l’interessante saggio di Elena Griglio) non impedisce che un solo soggetto, per esempio, possa contemporaneamente essere presidente della Provincia di Napoli, deputato e membro della Commissione Trasporti, Poste e Telecomunicazioni e coordinatore provinciale del primo partito italiano, il PDL: parliamo, nel caso di specie, di Luigi Cesaro.

Qualcosa di analogo avviene con Nicola Cosentino: deputato, sottosegretario al Ministero dell’Economia e Finanze, coordinatore regionale del PDL.

Nel PD ci sono altri esempi di soverchiante cumulo di cariche: uno su tutti, Giovanni D’Amico(di cui parla in un recente articolo il quotidiano on line PrimaDaNoi.it), il quale contemporaneamente è sindaco di Morino, consigliere regionale, vice-presidente del Consiglio Regionale d’Abruzzo, commissario liquidatore dell’azienda speciale consortile Consorzio gestione risorse forestali ed ambientali Valle Roveto e amministratore unico della società, a totale capitale pubblico e partecipata dal Comune di Morino, Consorzio gestione risorse forestali e boschive del territorio della Valle Roveto S.r.l.

Gli esempi e le citazioni potrebbero proseguire a lungo. Ma il problema non investe solo le situazioni di incompatibilità, ovvero quei casi in cui un solo soggetto occupa più cariche politiche e/o amministrative.

Anche i casi di incandidabilità, come disciplinati dalle norme vigenti, assumono un tono di – scusate il francesismo – palese presa per il culo dell’elettore. Prendiamo Mara Carfagna, deputato e ministro per le Pari Opportunità. La pupilla di Silvio Berlusconi si è candidata, alle recenti elezioni per il rinnovo del Consiglio regionale della Campania, nelle liste del Popolo della Libertà. Eletta con un numero record di preferenze, circa 55mila (prima in Italia), ha optato, come prevedibile, per la poltrona ministeriale. D’altronde, un esempio palese di raggiro della volontà elettorale l’aveva offerto proprio il premier Silvio Berlusconi, capolista PDL  in tutte e cinque le circoscrizioni italiane alle Europee 2009.

Quello che ci chiediamo è se sia giusto candidarsi per una carica politica di estrema rilevanza, come un seggio all’Europarlamento piuttosto che uno al Consiglio Regionale, esclusivamente per attrarre il consenso degli elettori sulla propria persona, ben sapendo – prima della stessa candidatura – che un giorno dopo il voto si lascerà il posto a qualche mezza calzetta, che gli elettori stessi non conoscono e non hanno votato.

Chi scrive propone una radicale revisione del sistema delle incompatibilità e incandidabilità in vigore. Con un testo chiaro e facilmente interpretabile dagli organi giurisdizionale, è ora che il Parlamento vari una legge che impedisca, sul versante dell’incompatibilità, il cumulo di qualsivoglia carica politica: chi è parlamentare faccia esclusivamente il parlamentare (magari prevedendo la decadenza automatica per chi partecipa a meno del 70% delle sedute); chi fa il consigliere comunale, provinciale, regionale provi esclusivamente a far funzionare le assemblee degli Enti Locali nel miglior modo possibile; infine, chi è assessore (comunale, provinciale, regionale), ministro, viceministro o sottosegretario e, ovviamente, presidente del consiglio dei ministri, sindaco, presidente di Provincia e di Regione si occupi senza distrazioni e col divieto di ogni altro incarico di qualsiasi natura (compreso l’esercizio di attività professionali e imprenditoriali) di gestire al meglio le sorti della macchina amministrativa di propria competenza.

Il nostro auspicio è che si agisca, con eguale coraggio, sul regime delle incandidabilità: a chi occupa un’altra carica, al momento della presentazione delle liste per qualunque assemblea elettiva (Parlamento italiano ed europeo, Consigli comunali, provinciali, regionali), sia negata la stessa facoltà di candidarsi. E’ venuto il tempo di smetterla di giocare con la buonafede degli elettori. Chi si reca alle urne ha il sacrosanto diritto di essere certo che il politico votato, se eletto, sarà chiamato a ricoprire la carica per cui ha richiesto il consenso al corpo elettorale.

Ma ci si può persino spingere oltre, se per un po’ si riuscisse a dimenticarsi di essere italiani. Sarebbe un fantastico (fantascientifico, più che altro) passo in avanti per la classe politica del Belpaese un patto politico tra i partiti di maggioranza e opposizione, che siglasse un impegno solenne, di fronte all’elettorato nazionale, ad evitare il cumulo di cariche nelle istutizioni e nel partito. Tradotto: i politici italiani si impegnino a svolgere un’unica mansione, o nel partito o nelle istituzioni.

Poiché nella politica italiana abbondano farabutti e lestofanti e scarseggiano i gentiluomini, nessuno si illude che un gentlemen’s agreement di questa foggia possa mai vedere la luce. Se volessimo proseguire nell’illusione di vivere in un paese normale – e non nella landa più corrotta e marcia d’Europa – si potrebbe persino ipotizzare una via legislativa alla disciplina della vita interna dei partiti. Le formazioni politiche hanno sempre goduto di una libertà totale nell’organizzazione interna: con la fine dei grandi partiti storici (DC, PCI, PSI), però, gli spazi di democrazia interna si sono drasticamente ridotti e gruppi dirigenti di poche decine di persone fanno il bello e il cattivo tempo nei due moloch partitici attuali (PDL e PD). Questo stato di cose incide anche sul cumulo delle cariche interne ai partiti: non sarebbe un male se la legge vietasse a chi occupa cariche politico-amministrative di svolgere un ruolo di direzione del partito di appartenenza.

Riteniamo che i benefici di una riforma di ampia portata (incompatibilità, incandidabilità e organizzazione interna dei partiti) siano così sintetizzabili:

1 – In primo luogo, si eviterebbero le commistioni tra interessi di diversa e, a volte, contrastante natura. Tanto per tornare ai casi citati, è giusto che un sottosegretario all’Economia, che dovrebbe rappresentare gli interessi dell’intera nazione, possa allo stesso tempo agire politicamente come referente regionale di un partito?

2 – Si favorirebbe il ricambio di personale politico e la circolazione di idee nuove all’interno dei partiti. Impedire ai parlamentari di candidarsi, per esempio, ai consigli regionali e provinciali o alle cariche di vertice degli organi locali costringerebbe, automaticamente, i partiti a cercarsi sul territorio le candidature. In questo modo, sia a destra sia a sinistra, si cercherebbero energie e nomi nuovi, che, messi alla prova, potrebbero rivelarsi risorse preziose anche per incarichi di prestigio maggiore. Inoltre, separarare nettamente gli incarichi di responsabilità politico-amministrativa (ministeri, assessorati, presidenze di consigli, ecc.) da quelli prettamente di responsabilità politica all’interno dei partiti permetterebbe alle formazioni politiche di servirsi di personale (possibilmente competente) deputato in via esclusiva all’esercizio di funzioni politiche: ciò significa che un corpus di funzionari di partito potrebbe, per le formazioni di maggioranza, dedicarsi in via esclusiva a comunicare con azioni politiche sul territorio i risultati del lavoro del governo e verificarne il grado di rispondenza alle effettive necessità della “base”; mentre l’opposizione, oltre a lavorare, nelle sedi istituzionali, al controllo dell’operato del governo, potrebbe dedicarsi contemporaneamente a un monitoraggio continuo delle necessità del Paese e diffondere capillarmente nei collegi elettorali le proprie idee alternative di amministrazione del Paese (o della Regione, della Provincia, ecc.). Se il mandato di parlamentare o consigliere venisse svolto con la massima diligenza, richiederebbe infatti al titolare un dispendio di energie tale da impedirgli un lavoro politico nel collegio d’elezione. E’ per questo che, mentre chi è nelle istituzioni deve dedicarsi anima e corpo alle stesse, nello stesso tempo sul territorio i partiti politici devono continuare ad esprimere una proposta politica in continua elaborazione. Se riuscissero a farlo con altre persone, sono evidenti i benefici che ne deriverebbero, per i partiti stessi, ma soprattutto per la collettività intera. Intanto, si darebbe una scossa al dibattito interno ai partiti: in una dialettica positiva tra amministratori e politici puri, potrebbero emergere idee, proposte, soluzioni e sensibilità nuove. Si creerebbe un bacino di culture e personalità cui attingere per futuri incarichi amministrativi e istituzionali. Non più i soliti nomi. Ma possibilità per chiunque voglia attivamente far parte di un progetto politico di smettere di essere un numero su una tessera e iniziare a diventare una potenzialità che può essere messa alla prova. Magari dal gradino più basso. In secondo luogo, un siffatto sistema incentiverebbe la partecipazione alla vita politica. Se si iniziasse a sviluppare nell’opinione pubblica l’idea che i partiti possono trasformarsi da macchine di potere funzionali solo all’utilizzo per fini privati di un ristretto gruppo dirigente a soggetti plurali aperti, le intelligenze migliori del Paese sarebbero sicuramente incentivate ad offrire il proprio patrimonio di intelligenze, competenze, capacità. In ultima analisi, in un’ottica di lungo corso, i processi innescati da una riforma nemmeno troppo complessa come quella testè descritta potrebbe – ripeto: se non ci trovassimo in Italia – persino portare alla formazione di una classe dirigente davvero nuova e animata da uno spirito di servizio e non dall’avidità, dalla corruzione morale e materiale, dalla grettezza e dalla furbizia quale quella attuale.

3 – In un periodo di magra, come quello attuale, la rinuncia al cumulo delle cariche rappresentative equivarrebbe per i politici ad una presa di coscienza della propria condizione privilegiata rispetto alla stragrande maggioranza dei concittadini. Nello stesso tempo, si tratterebbe di un atto concreto per favorire il ricambio generazionale e culturale e uno strumento utile a far risparmiare qualche soldo alle esangui casse dello Stato. In che modo? Per esempio, attraverso l’automatica decadenza da ogni beneficio maturato in riferimento a cariche non effettivamente occupate: oggi, chi è parlamentare e presidente di Provincia riceve doppia indennità. E, ovviamente, non riesce a fare né l’una né l’altra cosa, perché probabilmente svolge anche attività politica pura all’interno del proprio partito o addirittura un’attività professionale (come l’avvocato Niccolò Ghedini, principe del Foro, deputato e difensore del premier).

Immaginate che Paese stupendo e che possibilità lavorative e professionali si aprirebbero per i giovani se un regime più stretto di incompatibilità fosse applicato anche nelle professioni: chi è docente universitario ordinario non può svolgere altra professione, chi è consigliere d’amministrazione in una banca o impresa non può esserlo in nessun altra banca o impresa, e così via.

E’ aperto il dibattito. Tanto, siamo sicuri, la classe politica attuale non avvierà mai un processo di così vasta scalda da poterne mettere in discussione la stessa, mediocre sopravvivenza.





Intervento – ANCORA SU CRAXI. PARTE TERZA

15 05 2010

di Faliero Ciappei

Puoi leggere la prima e seconda parte dell’intervento, cliccando sui rispettivi link.

Arriviamo al 1987. Bettino Craxi riprende il suo ruolo di segretario del PSI.

Continua nella sua azione anti PCI, fino al 1989, anno della caduta del Muro di Berlino, cui Craxi partecipa personalmente dando qualche picconata simbolica.
Bettino legge questo evento come il momento tanto atteso per una rivincita del socialismo sul comunismo italiano,  non cogliendo l’opportunità per una ricucitura, dopo la scissione del 1921 a Livorno. Per eccesso di protagonismo e megalomania, propone l’unità socialista, dettando le condizioni. Il PCI non aderisce.
Dovendo scegliere tra un governo con la DC (sicuro) e uno con il PCI (aleatorio), sceglie la DC.
Con la trasformazione del PCI in PDS condotta da Achille Occhetto, Craxi pensa di avere raggiunto il suo scopo, di inglobare il PCI nell’area del socialismo europeo. Confidando che il ruolo ricoperto al Governo gli avrebbe portato consensi, si allea con la DC. Da qui inizia il proprio declino.

E’ da dire, che se gli eredi del PCI, PDS e DS sono nell’Internazionale Socialista lo devono a Craxi.
In sintesi posso affermare che Craxi, pur avendo un proprio progetto chiaro di grande rivincita  storica sul PCI, traghetta il PSI verso un’area poco socialista e molto liberale.
Craxi, dopo la caduta del muro di Berlino, tenta di coronare il suo sogno, convocando un incontro nel suo camper a Milano con Occhetto e Massimo D’Alema, che avrebbe dovuto portare all’unificazione del PCI con il PSI. Occhetto non partecipa, sostituito da Walter Veltroni. La discussione non porta agli effetti sperati. Si dirà poi che il progetto avrebbe avuto come finanziatore Silvio Berlusconi. Vox populi.
Del motivo per cui salta l’ idea non è dato a sapere, se non per intuizione: Craxi, nel dettare le sue condizioni al PCI, pretende una sorta di resa incondizionata.
Alla luce di tali eventi, si comprende come l’obiettivo di Craxi, nel suo progetto applicativo delle teorie prima di Carlo Rosselli e di Pierre-Joseph Proudhon poi, sia quello di spingere il PSI verso il liberalismo, relegando ai margini il socialismo.
Non intendo concludere per lasciare al libero dibattito e ad ogni intervento di esprimersi secondo le diverse opinioni e concezioni politiche. Resta il fascino di una figura tanto dibattuta della sinistra italiana ed europea, su cui, troppo a lungo, si è evitato di menzionare e dibattere gli elementi di discontinuità con il pensiero socialista.

Pierre-Joseph Proudhon




Raskolnikov 8 – SE PAGHIAMO SEMPRE NOI

14 05 2010

di Mario Tirino

Il Consiglio dei Ministri, nella seduta del 13 maggio, ha comunicato ai Presidenti delle Regioni Lazio, Campania, Molise e Calabria che non potranno utilizzare i le risorse del FAS (Fondo Aree Sottosutilizzate) per ripianare i deficit maturati nella gestione della sanità regionale (leggi la notizia Adnkronos).

La conseguenza logica di questa decisione governativa è che le Regioni dovranno ricorrere a nuove entrate fiscali, aumentando la tassazione su cui hanno facoltà di agire.  Tradotto in soldoni, vuol dire che Stefano Caldoro, neo-presidente della Regione Campania, sarà costretto ad aumentare l’addizionale Irpef e l’aliquota Irap.

Come correttamente ricostruito da Carlo Tarallo sul Corriere del Mezzogiorno, già oggi i cittadini campani pagano un costo altissimo per la malagestione della sanità: dal 2008 l’aliquota Irpef è maggiorata dello 0.5%, da 0,9% a 1,4%; analogamente, l’Irap è pari al 5,25%, contro una media nazionale del 4,25%.

Per i campani, al danno si aggiunge la beffa.

La cattiva gestione delle Aziende Sanitarie Locali è stata, per anni, sotto gli occhi di tutti, senza che nessuno vi abbia posto rimedio. Antonio Bassolino, per un decennio a capo della macchina governativa regionale, ha fatto della Sanità un regno, da condividere con Ciriaco De Mita, dal quale attingere voti e potere. A fronte dell’esplosione della spesa sanitaria, i campani hanno usufruito di servizi scadenti, scandali a grappoli, ricoveri nei corridoi e liste d’attesa insostenibili. In tutte le ricerche sulla qualità delle prestazioni sanitarie in Italia, la Campania si trova agli ultimi posti.

Ai cittadini sempre meno, ai manager e ai politici l’impunità. Far pagare, per l’ennesima volta, a chi non ha colpe i disservizi e le ruberie è un’ennesima ingiustizia, di cui la Campania dovrà chiedere conto a Silvio Berlusconi e al suo governo. Da un lato il buco milionario della Regione, dall’altro il pugno duro del Governo che, imbeccato dalla Lega Nord, rifiuta la mano salvifica ai governatori meridionali.

Doppia, atroce beffa. In primis, i campani sono stati traditi dal bassolinismo, che ha inquinato la Sanità campana con i suoi capetti, dirigenti politicizzati, primari conniventi, ha illuso con la creazione dell’ennesimo carrozzone inutile, la Soresa, e infine ha lasciato una voragine nei conti. I campani hanno in pratica finanziato il corpus clientelare di medici, dirigenti e fornitori che hanno sprecato, mangiato, banchettato con i nostri soldi.

In secondo luogo, di fronte a questa situazione, cui, non di rado, ha contribuito la flebile opposizione in Consiglio regionale del centrodestra, il governo nazionale, invece di punire i responsabili, defenestrandoli con decisione da ogni incarico, penalizza nuovamente gli incolpevoli. Aumentando le tasse. Non obbligando la Regione a un piano di razionalizzazione.

Osserviamo, con disappunto, la superficialità dell’esecutivo Berlusconi. E’ sconcertante non comprendere i rischi di tensioni, che potrebbe innescare un aumento delle tasse, in una Campania ridotta a polveriera sociale alimentata dalla disoccupazione e dalla malavita.

E proprio oggi arriva la notizia della morte di un’infermiera dell’Ospedale San Paolo, Mariarca Terracciano, che aveva iniziato una disperata protesta per il mancato pagamento degli stipendi ai dipendenti dell’Asl Napoli 1, riversando su YouTube i video in cui, quotidianamente, si toglieva 150 millilitri di sangue al giorno.

Non è la prima, non sarà l’ultima vittima di una gestione vergognosa della Sanità nella nostra Regione.

In secondo luogo, la superficialità dell’esecutivo Berlusconi. E’ sconcertante non comprendere i rischi di tensioni, che potrebbe innescare un aumento delle tasse, in una Campania ridotta a polveriera sociale alimentata dalla disoccupazione e dalla malavita.




Intervento – ANCORA SU CRAXI. PARTE SECONDA

14 05 2010

di Faliero Ciappei

Puoi leggere la prima parte qui.

In sintesi, i progetti politici fondamentali portati avanti da Bettino Craxi miravano a:
1 – Isolare il PCI, ponendo fine all’ accordo tra Aldo Moro ed Enrico Berlinguer per il cosiddetto compromesso storico, fondato sulla costruzione di un nuovo partito popolare che avrebbe scomposto e ricomposto i due più grossi partiti italiani PCI e DC, marginalizzando il PSI;
2 – Costruire una società fondata sul socialismo liberale, che si ponesse in rappresentanza di tutti gli strati sociali. Progetto che venne racchiuso nello slogan Dalla parte dei lavoratori.

Nel 1983, sull’ onda del successo elettorale, nomina Ugo Intini suo portavoce; alle elezioni la DC perde consensi a favore del PSI e Craxi assume la Carica di Presidente del Consiglio.Un’ altro socialista, Sandro Pertini,  viene eletto Presidente della Repubblica – evento che aiuta l’ ascesa di Craxi. All’ascesa di Pertini contribuisce il PCI di Berlinguer, che esprime voto favorevole.

A questo punto, ritengo opportuno un richiamo storico per capire da cosa parte l’ iniziativa politica di Craxi e cosa si pone come obbiettivo politico.
Nel 1975, l’ accordo tra Luciano Lama e Giovanni Agnelli, stabiliva l’aumento automatico della contingenza, ogni tre mesi, sul calcolo ISTAT dell’inflazione.
A quell’accordo seguono anni di forte tensione sindacale: la marcia dei 40mila a Torino il 14/10/1980, i 35 giorni di sciopero alla Fiat, sostenuto dal coordinamento dei capi e dei quadri della Fiat. Questo portò all’unità sindacale delle tre confederazioni CGIL, CISL e UIL. La categoria che costituì  l’avanguardia politico-sindacale era la FLM ( Federazione Lavoratori Metalmeccanici). Fausto Bertinotti,  segretario della Camera del Lavoro di Torino, si distinse come corresponsabile della più grande sconfitta operaia del PCI (Partito Comunista Italiano).

Nota politica di dovere su Bertinotti. Proviene dal PSI , area Lombardi, partecipa alla scissione dal PSI, costituendo il PDUP (Partito di Unità Proletaria) confluirà nel PCI allo scioglimento del PDUP.  Nel 1989, allo scioglimento del PCI, partecipa alla costituzione di Rifondazione Comunista capitanata da Armando Cossutta e Sergio Garavini. La sua carriera politica oggi continua aderendo a Sinistra Ecologia Libertà, a cui inizialmente dichiara di non aderire.

Con la battaglia sulla scala mobile Craxi tenta di porre fine al consociativismo DC-PCI, interrompendo il confronto tra Governo e sindacato su ogni decisione economica. Il potere contrattuale della CGIL, per Craxi, equivaleva al riconoscimento di un potere di veto politico al PCI, poiché Lama rappresentava la componente comunista all’ interno della CGIL.
Craxi decide di cambiare il meccanismo della scala mobile unilateralmente, definendo la contingenza motivo di inflazione e congelando di 4 punti le buste paga. Isola la CGIL per tagliare fuori Lama dalla contrattazione, concordando il decreto con CISL con UIL e con Ottaviano Del Turco, rappresentante PSI in seno alla CGIL (accordo di San Valentino).

1985. Dopo scioperi e manifestazioni che portarono ad un corteo a Roma con un milione di persone, Berlinguer propone il referendum sulla scala mobile, con lo slogan Voglio guadagnare di meno o di più?, dato da tutti per vinto. Clamorosamente ne esce sconfitto.
Su questo, per chi, come me, ha vissuto in CGIL quei momenti, è da dire che la colpa, se di colpa si può parlare, fu di Lama, che nel voto lasciò libertà di coscienza agli iscritti, mentre Del Turco invitò a votare  sì  per il taglio dei 4 punti. Craxi, a mio parere, vinse il referendum perché politicamente riuscì, non gli fu difficile, con Del Turco, componente PSI in CGIL, a spaccare in due la Confederazione. Craxi riuscì a influenzare anche l’operato degli altri due sindacati nazionali: con Giorgio Benvenuto, dal 1976 al 1992 segretario generale UIL, sindacato di espressione socialista, c’ era accordo politico/partitico; nella CISL di Pierre Carniti, segretario generale dal 1979 al 1985, il PSI, pur essendo minoranza, era in linea con la maggioranza. La convergenenza di interessi e adesioni sulla riforma della scala mobile confermano che la politica craxiana del sottogoverno funzionava;

3 – In politica estera, rivedere il ruolo dell’Italia nel Patto Atlantico.

Tra l’84 e l’85, il Governo Craxi autorizza l’ istallazione in Italia dei Pershing e Cruise, contro la politica degli SS 20 dell’ Unione Sovietica. A nulla valsero le manifestazioni organizzate dal PCI e dai movimenti pacifisti.

Va ricordato, sempre riguardo la politica estera craxiana, il sequestro della motonave Achille Lauro. La nave fu dirottata da un commando di attivisti del Fronte per la Liberazione della Palestina (FLP). Dopo frenetiche trattative diplomatiche, con la mediazione di Arafat e dell’OLP, si giunse ad un accordo tra il governo italiano e i terroristi arabi, vanificato, però, dalla scoperta dell’efferata uccisione di uno degli ostaggi, Leon Klinghoffer, ebreo americano e paralitico, che fu gettato in mare. Il precipitare successivo degli eventi con la famosa crisi di Sigonella (per una ricostruzione sintetica degli eventi rinviamo a Wikipedia) determinò il momento di più grave tensione diplomatica tra Stati Uniti e Italia nel secondo dopoguerra.
4 – Allentare i controlli sulla spesa pubblica. L’effetto di questa scelta scellerata fu un debito pubblico più che : dal 57% passò al 125%;
5 – Inaugurare una nuova stagione di rapporti con la Chiesa.  Craxi sottoscrisse nel 1984 il nuovo Concordato tra Stato Italiano e Stato Vaticano. Accordo contestato da molte parti oltre al PCI.

To Be Continued…





Raskolnikov 7 – IL PUZZO DEGLI DEI

13 05 2010

di Mario Tirino

Un mondo sta finendo.

Che lo si voglia ammettere o meno, il capitalismo è ormai un corpo putrefatto che spande nel mondo le sue ultime mefitiche esalazioni. Come argomenta Giuseppe Tamburrano su Il Fatto Quotidiano di oggi, è bene comprendere che il massiccio intervento degli Stati nazionali per salvare banche e industria segna uno spartiacque. Curiosamente, fa notare ancora Tamburrano, mentre in letteratura si sussegue una produzione sterminata di saggi pro-intervento pubblico, gli intellettuali di sinistra si smarcano e addirittura tentano un’improbabile barricata a difesa del mercato.

Affidarsi alla capacità del mercato di agire per il comune obiettivo di un duraturo sviluppo: chi ci crede più?

Certo, solo inguaribili nostalgici potrebbero chiamare in causa il socialismo reale, Karl Marx e la dittatura del proletariato.

Persino John Maynard Keynes, da più parti (ri)tirato in ballo, andrebbe letto e interpretato con cautela, valutandone correttamente il legame assai stretto col contesto storico, sociale ed economico in cui le sue teorie fiorirono.

Eppure qualcosa andrà fatta. Siamo sull’orlo di un burrone. Persino l’intervento deciso della Banca Centrale Europea, da più parti lodato, sostanzialmente non fa altro che porre rimedio al rischio di default per eccessivo debito pubblico producendo altro debito pubblico. Una nuova, più terribile recessione è alle porte.

Ma il dato veramente, potentemente, drammaticamente inquietante è un altro. Il futuro di milioni di vite umane – i loro redditi, le loro pensioni, il loro stile di vita e, in un reticolo inestricabile, le loro passioni e i loro sogni – è in balìa delle strategie speculative di un pugno di uomini. Poche centinaia di guru, divinità in colletti bianchi, nelle stanze esclusive dei palazzi che contano, possono decidere come e quando un Paese fallirà. La Finanza degli Dèi.

Un gioco al massacro. Di cui Barack Obama ha ben compreso l’oscenità.

Dalla partita tra White House e Wall Street dipenderanno – siamo realisti – le sorti dell’Occidente, come l’abbiamo conosciuto nell’ultimo cinquantennio.





Intervento – PER UN SANNIO LIBERO DALLA PAURA: SOLIDARIETA’ AI MAGISTRATI MINACCIATI

12 05 2010

di Angelo Montella*

In merito agli atti intimidatori ai danni dei magistrati in servizio alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Benevento Antonio Clemente, destinatario di minacce di morte e proiettili e Cecilia Annecchini, alla quale è stata incendiata l’automobile, ho sentito il dovere di manifestare loro la mia solidarietà.

Ricordo i momenti spiacevoli che ho vissuto in prima persona due mesi fa e ci tengo ad esprimere la mia personale vicinanza ai magistrati colpiti dagli ultimi inquietanti ed infami atti intimidatori. La condanna decisa di questi metodi criminali non può rimanere solo e soltanto una dichiarazione di circostanza. E’ necessario più che mai che incominci subito quel processo culturale che possa portare ciascun cittadino all’assunzione di una nuova coscienza civica.
Un processo assolutamente necessario, che può e deve svilupparsi ogni giorno nella vita di ciascuno di noi attraverso l’isolamento di tutti coloro che, in modo sistematico, al dovere preferiscono il privilegio, al rispetto dei diritti oppongono la prepotenza, al lavoro prediligono il sotterfugio.
In questo delicatissimo momento la cosiddetta “società civile” non deve far mancare il proprio concreto sostegno, in particolare, ai magistrati colpiti ed in generale, a tutti quei cittadini che, ogni giorno, come loro, in qualsiasi ambito operino, lavorano per costruire una prospettiva migliore per il nostro Sannio.

*Avvocato e presidente del Consiglio comunale di Sant’Agata de’ Goti (BN)





Economia Critica 5 – RIFIUTI, EMERGENZA ALLE PORTE

12 05 2010

di Angelo Vaccariello

A luglio, con ogni probabilità, la Campania si sveglierà in una nuova emergenza rifiuti. Non si tratta di essere Cassandra, ma basta analizzare alcuni dati. Il primo è che il termovalorizzatore di Acerra è molto lontano dal suo pieno utilizzo. Anzi, stando alle analisi degli addetti ai lavori la struttura lavora a meno di un terzo della sua capacità. Bisogna tener presente, poi, che Acerra sta ancora distruggendo le ecoballe accumulate in tanti anni. Sempre secondo alcuni esperti, se l’impianto lavorasse a pieno regime ci vorrebbero almeno cinque anni per eliminarle tutte. Visti i tempi attuali, quindi, ci vuole almeno il doppio degli anni. In parole povere: Acerra non può bruciare i rifiuti che attualmente i cittadini campani producono.

Ancora. Le discariche sono quasi di nuovo piene e, all’orizzonte, non si prevede l’apertura di nuove. La raccolta differenziata, sempre secondo alcuni addetti ai lavori, ha subito un brusco stop con la fine del commissariamento. La poca forza dei sindaci da un lato e il vuoto della Giunta regionale dall’altro hanno causato un crollo verticale della situazione.

Infine: il secondo temorvalorizzatore è solo un sogno nei progetti del governo.

Tirando le somme: ci aspetta una estate calda. La cosa più interessante di tutte è che i media non si interessano della vicenda. Si parla del buco della sanità, della giunta regionale che non c’è, dell’addio dei finiani. E’ giusto: nessuno ama sporcarsi le mani…








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