di Mario Tirino
Il PD è alla frutta. Scosso dagli spasmi si spera finali delle lotte intestine tra dalemiani e veltroniani, popolari e teodem, ecologisti, liberali, socialisti residui. Fatta salva la genuina volontà di qualche dirigente e del segretario Pier Luigi Bersani, appare chiaro che il Partito Democratico è oggi un progetto fallimentare. Ed è altrettanto evidente agli occhi di un’opinione pubblica attenta che lo stato comatoso dei democratici rappresenta una vera iattura per il Paese, nel momento di massima crisi dell’esecutivo di Silvio Berlusconi, stretto tra le pressioni opposte di Gianfranco Fini e Umberto Bossi, la crisi economica e i tagli alle porte, gli scandali a iosa che intaccano credibilità e fiducia nel governo.
Che fare allora per organizzare un’opposizione degna di questo nome, capace, in tempi non biblici, di raccogliere la sfida del governo di questo Paese, con un progetto credibile?
La via è molto stretta. Come fa notare il direttore di Micro Mega, Paolo Flores D’Arcais, in un’interessante analisi storico-politica sul blog de Il Fatto Quotidiano, il vero problema del PD è la sua classe dirigente. L’intero gruppo che oggi presiede alle sorti del partito ha collezionato una serie impressionante di errori di valutazione, passi falsi, strategie miopi, collusioni con il berlusconismo e, più di tutto, assoluta incapacità di elaborazione politico-programmatica. In barba alle ottime espressioni locali, spesso meritevoli di promozioni interne mai arrivate (eclatante è il caso di uno dei migliori sindaci d’Italia, Vincenzo De Luca, primo cittadino di Salerno, il quale ha dovuto lottare contro una parte – quella facente capo al governatore Antonio Bassolino – del suo stesso partito alle ultime regionali campane). Ora, elencare le magagne di questo gruppo dirigente necessiterebbe di pagine e pagine. Non è detto che non ci torneremo. Ma quello che qui interessa evidenziare è la necessità di seguire una chiara strategia per il ricambio del gruppo dirigente del PD o, in alternativa, per la creazione di una cabina di regia per la costruzione di un grande soggetto della sinistra democratica.
La prima opzione prevede la possibilità che tutta una nuova generazione di giovani politici democratici – da Matteo Renzi a Debora Serracchiani, da Giuseppe Civati a Filippo Silvestri – finalmente possa occupare lo stato maggiore del partito, liberandoci dell’ombra, dei sofismi e delle tragiche sconfitte di Massimo D’Alema e compagnia cantante.
Perché tale cambio possa avvenire, con il prepensionamento di tutta una generazione di illustri cinquantenni e sessantenni oramai stracotti, occorre che siano le stesse nuove leve PD a smarcarsi dai loro mentori e a lavorare, negli organismi interni, per una nuova stagione programmatica, politica e culturale. Progetto utopico.
Seconda opzione, forse meno utopica ma in ogni caso di difficile concretizzazione: creare una larga coalizione di soggetti, politici e non, capace di “occupare” manu militari il PD ed organizzare un vero avamposto di opposizione e difesa della Costituzione, della Resistenza e della legalità. Possibile?
Ragionamoci su. Il motore propulsore di questa strategia dovrebbe essere l’Italia dei Valori e, in primis, il suo capo indiscusso, Antonio Di Pietro. L’ex pm di Mani Pulite deve decidere cosa fare da grande. Il suo partito è quasi giunto al massimo dei consensi. A questo punto Di Pietro ha davanti a sé due alternative: o accontentarsi dello status quo, continuando a lucrare sulle difficoltà del PD per accaparrarsi il voto dei delusi dalla morbidezza dell’opposizione democratica; o giocarsi tutta la posta, fondersi con il PD e lanciare, dall’interno, un’OPA sulla guida del partito. Follia?
Mica tanto. Il PD sta implodendo a un ritmo tale che i suoi stessi capi e capetti fanno fatica a comprendere. Perde posizioni, sostegno, intelligenze. Credibilità. Una personalità forte come Tonino – uno dei pochi a conoscere il significato della parola “coerenza” in politica – godrebbe di un significativo seguito tra quanti sono esausti e sfiniti dalle estenuanti diatribe sul nulla tra le opposte fazioni democratiche.
Naturalmente a Di Pietro non basterebbe il sostegno dei suoi soli elettori per conquistare la guida del Partito Democratico. Né sposterebbe di molti gli equilibri un’eventuale alleanza con la minoranza interna di Ignazio Marino, la più vicina su diversi temi all’interventismo dipietrista (primarie estese, legalità, ricerca). Per scalare il PD a Di Pietro occorrerebbe una vera e propria “chiamata alle armi” di tutto il popolo della Rete e di tutte le associazioni della società civile. Si tratta di un numero consistente di energie e risorse culturali. Pensiamo al milione di persone sotto le insegne del Popolo Viola scese in piazza al No-B Day del 5 dicembre scorso. Ai girotondi. Alle mille isole culturali del Paese che non si rassegnano alla desertificazione morale, etica, valoriale innescata da Berlusconi e dal berlusconismo. Ma pensiamo anche al successo del network di Beppe Grillo, il quale, alle primarie per l’elezione del segretario democratico, prima di essere estromesso, presentò il migliore tra i programmi disponibili, in quanto a progettualità, politiche economiche e di sviluppo (rinnovabili, ricerca applicata, banda larga, tecnologie della comunicazione), nuovi diritti. In quell’occasione il comico genovese spiegò, con la consueta capacità di sintesi, di voler concorrere alla leadership non solo per mandare in pensione i vecchi boiardi di partito, ma soprattutto per offrire ai giovani democratici una piattaforma di idee che credeva comuni. Ebbene, quella sfida è ancora viva e pensiamo possa essere rimessa in gioco.
Al fronte del nuovo PD potrebbe essere aggregato lo stesso Nichi Vendola. Il governatore della Puglia potrebbe degnamente rappresentare l’ala sinistra del nuovo soggetto politico. Vendola promuove la bellezza e la cultura, le energie pulite, l’ambiente. Si può pensare di fare a meno di un grandissimo politico come lui? D’Alema sta ancora rosicando, dopo avergli pronosticato una sicura sconfitta alle urne: in seguito alla debacle alle primarie per il candidato del centrosinistra alle Regionali pugliesi, del suo pupillo Francesco Boccia (per il quale si spese personalmente, e non poco), ghignò un velenoso “Vendola è buono per vincere le primarie e perdere le secondarie“. L’ennesima caduta di stile, l’ennesimo errore di valutazione di Baffino.
Intanto, l’asse IDV – Sinistra Ecologia e Libertà sta iniziando a lavorare sulle prospettive future: Luigi De Magistris e Nichi Vendola, da tempo assai vicini politicamente, venerdì 21 maggio animeranno a Napoli il dibattito su Sinistra e meridione. Un cantiere per il futuro.
Di Pietro deve muoversi e farci capire. Essere ricordato come un simpatico e strenuo difensore della legalità, del tutto ininfluente sugli equilibri sostanziali del Paese, o gettare la maschera e provare a diventare un politico di riferimento per l’intero centrosinistra?












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