Intervento – UN MONASTERO SUL CONFINE. PARTE SECONDA

29 09 2010

di Maria Garofalo

Ronchi dei Legionari - il solo nome riporta immediatamente al passato glorioso e luttuoso dalla terra che mi apprestavo a lasciare. Non è che un minuscolo aeroporto il luogo dal quale salutavo Trieste ed il Friuli Venezia Giulia tutto con la speranza di ritornare presto. Partivo piena di buone intenzioni, tonificata ed arricchita, mi sentivo bene fino a quando non mi sono imbattuta, con mio sommo orrore, in Muammar Gheddafi. Ancora qui, ancora nel mio paese a comprare a buon prezzo, ancora la sua faccia dalla pagina del quotidiano compiacente a nausearmi, ancora a braccetto dell’altro individuo con il quale fa sporchi affari, il plurindagato Silvio Berlusconi che “caramente” subiamo come Presidente del Consiglio. Mi sembrò proprio un’offesa enorme, insopportabile. Un tumulto di terribili sensazioni mi agitavano irrefrenabilmente, dal mio posto accanto al finestrino, istintivamente guardai fuori come in cerca di una via  di fuga: nuvole bianche, cielo azzurro. Abbassai gli occhi disperata: terra friulana, alberi, mare, i suoi morti per la libertà, un ragazzino che attraversa un ponte presidiato, gente che si abbraccia in un monastero caritatevole. Distolsi lo sguardo e ritornai alla prima pagina del quotidiano compiacente, erano lì che mi fissavano sorridenti. “Trucco e Parrucco” in grande stile! Sì, ridono di noi italiani e libici accomunati dalla stessa sventura. Si prendono gioco dei più elementari diritti umani e civili, sociali,morali e, per chi ci crede, religiosi. Abbiamo accolto, per la seconda volta, un temibile dittatore con tutti gli onori riservati ad un democratico e legittimo Capo di Stato. Stendiamo tappeti rossi ad un brutale assassino che ha usurpato il potere con la violenza e lo detiene da decenni con spietata repressione. Un volgare arrogante malfattore che s’ingrassa affamando il suo stesso popolo. Una  pessima guida religiosa che manipola il Corano contro donne e uomini indifesi, che Allah lo fulmini! Un impietoso usuraio che viene ad esigere gli interessi senza pudore alcuno, ostentando la sua forza economica con una parata clownesca che disonora la sua stessa terra, di cui dimostra ignorarne la Storia. Il popolo italiano si è battuto per la libertà e la democrazia riconoscendo i propri errori e pagando. Ci siamo discolpati anche con la Libia ed  assolto ai nostri debiti, se pur tardivamente. A conti chiusi dovevamo interrompere qualsiasi ulteriore rapporto perché Gheddafi è un dittatore, e dei più feroci! Abbiamo mostrato al mondo intero, sfacciatamente, le nostre cattive frequentazioni, ricoprendo di fango malsano la storia gloriosa di generazioni che seppero riscattarsi dalle colpe del fascismo versando lacrime e sangue. I nostri politici più corrotti stringono patti diabolici e fanno mercimonio della nostra patria, la malavita organizzata annusa con la bava alla bocca il tanfo di corruzione che accompagna il Rais pregustando succulenti piatti cannibali. Il lurido acquirente piazza tende, apre puttanai, trasforma la gloriosa cavalleria regia e gli straordinari cavalieri berberi in un numero circense banale ed offensivo. Questo i media sciorinano al mondo che ci osserva attonito, a dir poco. Questo accade sotto i nostri occhi ciechi mentre i due  si sfregano golosi le mani per gli intrallazzi personali imbastiti. Intanto fiorisce il commercio degli schiavi che transitano per la Libia, una tratta dai profitti enormi tant’è che l’ONU e le organizzazioni per la tutela dei diritti umani sono stati messi alla porta  senza mezzi termini. Tutto il mio appoggio a Sakineh, e tutto il mio biasimo all’Iran ancora ottusamente invischiato in pratiche barbare, ma chi si ricorda dei nomi delle donne che in Libia subiscono ogni sorta di spietate violenze? Che ci fa, dunque, Gheddafi in Italia? Berlusconi raccatta la feccia del mondo (vedi Vladimir Putin, il Rais, a quando il dittatore birmano?) e ci fa affari per l’arricchimento personale e della casta a scapito dell’Italia ormai sul lastrico. Il nostro meraviglioso paese è stato disonorato e violato, ed io mi vergogno dinanzi a Libero, arrossisco al ricordo dei silenziosi e suggestivi cimiteri di guerra, chiudo gli occhi sulla bandiera guadagnata con la vita di tanti.

Mi guardavo intorno mentre scendevo dalla scaletta  dell’aereo, ero a casa, arrivavo da casa. Ora ripongo le valige e mi perseguitano le rivoltanti immagini dei due papponi in uno show televisivo raccapricciante. Di peggio c’è solo il carrozzone inutile della politica  e un popolo che ormai digerisce tutto, merda compresa. Perdonaci Libero, non ne valeva la pena, non siamo il paese per il quale hai combattuto, non siamo le donne della tua speranza. Perdonaci, anzi non perdonarci mai!





Turista della Democrazia 12 – WALTER, ANCORA TU?

29 09 2010

 

di Pasquale Supino

Toh, chi si rivede! Dopo mesi di beata sonnolenza, è magicamente ricomparso sulla scena politica italiana Walter Veltroni. Non che se ne sentisse la mancanza, per carità, ma se ha scelto di uscire dal letargo, noi siamo quasi costretti ad occuparcene, per andare ad analizzare le nuove proposte (!) e le nuove idee (!!!) che il grande statista democratico vuole a tutti i costi farci conoscere. 

Alcune settimane fa, con un’agile lenzuolata a tutta pagina pubblicata dal Corriere della Sera, l’ex segretario del Partito Democratico ha scritto una lettera Al mio Paese per dirvi cosa farei. Siete curiosi di sapere cosa farebbe? La risposta è semplice: niente. Nella pur chilometrica epistola si parla solo di una nuova legge elettorale, alleanze credibili, “maggiore libertà di sapere, dire, pensare” (qualsiasi cosa voglia dire), la riconquista dei valori perduti e tante altre cose astratte che agli italiani, “ai lavoratori, ai nuovi poveri, ai ragazzi precari”, insomma ai destinatari della lettera, non importano un fico secco.

Una parola su come rilanciare l’economia? Non c’è. Una proposta per aumentare i posti di lavoro? Idem. Un cenno al rilancio del Mezzogiorno? Non pervenuto.
In realtà tutto ciò non deve sorprendere, considerato che questa lettera va vista sotto un’ottica diversa, ovvero quella di una nuova discesa in campo (sono scomparso da secoli, sono un semplice deputato con zero visibilità, riempo una pagine del Corriere e ritorno prepotentemente sulla scena politica italiana). Idee zero, ma effetto sorpresa garantito. Peccato che l’unico ad essersene accorto sia stato il nuovo direttore de L’Espresso, Bruno Manfellotto, che, in  uno dei suoi ultimi editoriali, fa un’ipotesi abbastanza suggestiva sui retroscena di questa nuova smania di protagonismo. Il tutto ruota attorno  alle primarie di coalizione per scegliere il candidato da opporre a Silvio Berlusconi in caso di una – sempre più probabile – caduta del Governo e successiva chiamata alle urne (maggioranze alternative in Parlamento pare non ce ne siano). Secondo il regolamento stilato anni fa dai più stretti collaboratori di Veltroni, il candidato che concorre alle primarie per il PD è il segretario in carica, quindi Pierluigi Bersani, opposto – in questo caso – probabilmente ad Emma Bonino per i Radicali, Antonio Di Pietro per l’IdV e, forse, Nichi Vendola per SEL, in caso di un allargamento a sinistra della coalizione. E gli altri democratici con aspirazioni di leadership? I vari Sergio Chiamparino, Matteo Renzi, Nicola Zingaretti, lo stesso Veltroni? Fuori, per loro non c’è spazio per una candidatura. A meno che…Beh, a meno che non fuoriuscissero dal PD per formare un nuovo gruppo parlamentare e, quindi, esprimere un nuovo candidato, sotterfugio non vietato dallo statuto.

Fantascienza? Chissà. Fatto sta che, pochi giorni dopo l’intervento sul Corriere, settantacinque parlamentari del partito democratico hanno firmato un documento stilato da Veltroni, Beppe Fioroni e Paolo Gentiloni che, nelle parole, dovrebbe “unire e non dividere”, ma nei fatti è una vera e propria sconfessione della linea seguita sino ad ora dal segretario Bersani. “Non è una corrente”, si sono affrettati a chiarire i firmatari. Cos’è, allora? “Un movimento di idee e di proposte dentro il partito, ma con l’ambizione di parlare anche all’esterno”.

Che vuol dire? Boh. Puro politichese e, quindi, è impossibile capire per noi comuni mortali. E se fosse il primo passo per la creazione di gruppi parlamentari autonomi? Probabile. Gruppi parlamentari che permetterebbero, chessò, a Veltroni di candidarsi alle primarie di coalizione? Può essere.
Tutte ipotesi, è vero, ma in mezzo a tante congetture c’è una verità assolutamente ineludibile: se prosegue quest’andazzo, il PD si sbriciola entro pochi mesi e Berlusconi governa fino a 120 anni. Per poi passare la mano al figlio Piersilvio.





I Viaggi di Snaporaz 12 – UN MODESTO MA SINCERO OMAGGIO

13 09 2010

di Vincenzo Manna

Inizio agosto, sera, all’ineffabile telegiornale diretto da Minzolini, la solita sfilza di notizie epocali (fra cui la rivoluzionaria scoperta di certi braccialetti che vanno di moda: non ho capito bene, ma sembra che donino a chi li indossa “equilibrio ed energia”. Anche ammesso che sia vero, non vedo ormai tanta differenza fra il più istituzionale dei Tg e certe televendite di Wanna Marchi…).

Poi, siccome la cultura e l’arte, com’è noto, nel nostro paese vengono annoverate fra le amenità, ecco un colpo di coda, anzi due: Pupi Avati che polemizza con la Mostra del Cinema di Venezia, e il tristissimo annuncio della scomparsa di Elvira Sellerio, nota e stimata editrice italiana.

Sulla prima delle due questioni non entro: amo molto il cinema di Avati, ma non so com’è questo suo ultimo film, quindi parlerei senza cognizione di causa.

Sulla seconda, invece, vorrei contribuire con una piccola testimonianza.

Come molti di voi sapranno, fra le varie attività di uno scrittore esordiente (o aspirante scrittore, o come diavolo volete chiamarlo) c’è la spedizione dei manoscritti, a cui si seguono puntualmente le dita incrociate e i sogni ad occhi aperti (quando si è spedito il malloppo a un grande/importante editore, come la Sellerio appunto).

Spesso, si ottengono delle rapidissime risposte: certi Speedy Gonzales della lettura, in 48 ore hanno stabilito che il vostro manoscritto è un capolavoro, e si dichiarano prontissimi a pubblicarvelo, con un piccolo contributo da parte vostra di 4-5000 euro (‘sticazzi!).

L’Italia è un grande paese anche grazie alla presenza di questi magnanimi personaggi: non fate caso, poi, se hanno condito la loro risposta con errori di ortografia che non sarebbero accettati neppure da un’insegnante di sostegno delle scuole elementari. Ricordatevi che stiamo parlando di Speedy Gonzales, e se vanno per la maggiore le zoccole illetterate, perché mai un topo dovrebbe scrivere in maniera corretta?

In altri casi, invece, la vostra proposta viene ignorata: non vi rispondono sì e neppure no, insomma non vi rispondono e basta. Lo stesso atteggiamento sdegnoso, però, non si verifica quando volete comprare un libro edito da questi baroni: in quel caso, giuro, non mi è mai capitato di imbattermi nello stesso comportamento aristocraticamente snob…

Poi c’è una terza categoria, quella delle persone educate (ebbene sì, esistono ancora, ma non lo verrete a sapere dal Tg1!).

Questi signori (il sostantivo stavolta non è ironico: ma meritato) vi rispondono, magari in negativo, ma non mettendovi nella condizione un po’ imbarazzante di dubitare della vostra esistenza: insomma qualcosa del tipo “mi cagano, ergo sum”.

Ovviamente questa forma di signorilità io me la aspetto da editori piccoli e medi, non dalle major come Feltrinelli o, appunto, Sellerio.

I grandi editori sono letteralmente sommersi dai manoscritti, spesso molto più simili ai pizzini di Provenzano che ai romanzi di Sciascia, e se dovessero rispondere a tutti non rimarrebbe il tempo di fare il loro mestiere, che è quello di pubblicare e valorizzare libri sul suolo italico, che poi è un po’ come vendere mentine a Woodstock.

Dunque, l’8 Gennaio 2008, a più di un anno dall’invio di un manoscritto (che poi avrebbe trovato un’altra strada), tutto mi sarei aspettato meno che di ricevere una lettera, seppure breve, scritta di suo pugno dalla compianta Elvira Giorgianni in Sellerio.

La Signora (maiuscola meritatissima) mi avvisava di aver letto i miei racconti e di averne apprezzato l’originalità ma, a causa di vari e comprensibili motivi, esprimeva il suo rammarico per la mancata pubblicazione, e mi faceva gli auguri per il futuro.

E non è tutto: mi hanno pure restituito il manoscritto!

Forse qualcuno di voi sorriderà, ma vi giuro che non sto scherzando: questa è una forma di classe ed educazione da parte di una autorevole letterata nei confronti di un emerito sconosciuto come me.

Insomma, mi rendo conto che forse faccio la figura di uno che si vanta di aver preso un due di picche da Sharon Stone, ma la classe di una vera signora sta anche nel modo di elargire questi due di picche (o almeno così mi ha assicurato un mio amico che ne ha presi tanti…).

Non voglio dilungarmi sulle note biografiche della compianta editrice: in queste ore, sia sul Web che altrove, ne potete trovare a bizzeffe, vergate da e-penne senz’altro più esperte della mia.

Volevo solo tributare un modesto ma sincero omaggio ad un’altra brava persona che ci ha lasciati (ne rimangono sempre meno), anche se ovviamente non la conoscevo in maniera diretta (ma ho apprezzato molti dei libri da lei editi: la Sellerio è fra le poche case editrici che non pubblica spazzatura).

Quella lettera la conservo ancora nella cartellina delle cose da salvare: so che forse era solo una risposta standard, ma, a prescindere da questo, pensateci: Elvira Sellerio che scrive una lettera a Enzo Manna è come se Dante leggesse i libri di Gasparri!

R. I. P.





Intervento – STORIA DI F.

13 09 2010

di Maria Garofalo

Nel martoriato Sud d’Italia si consumano esistenze maltrattate fino al limite dell’umana sopportazione.

M. è un paese del Casertano, in Campania, di antiche e nobili tradizioni rurali. I cittadini di M. sono forgiati al lavoro dei campi da millenni, nel loro DNA c’è la mappa del sudore e della produttività. Poca istruzione, purtroppo, ma una cultura agricola straordinaria unita all’artigianato variegato e prezioso e all’arte di riparare qualunque oggetto rotto. Mestieri utilissimi, un patrimonio indicibile.

Poi è arrivato il Progresso con le sue depravate appendici: Consumismo e Capitalismo. In pochi decenni hanno strappato a  M. (come a tutti gli altri paesi) le tradizioni ed i mestieri. Hanno indotto intere generazioni a svendere i loro terreni, i casolari, gli animali da soma per migrare altrove, trasformandosi in braccia per le fabbriche del Nord. Campi ridotti a discariche, Terra maledetta!

Ho conosciuto F., una donna forte e volitiva, vive a M., ci è nata ed i suoi antenati quel paese lo hanno costruito. Sposata ad un compaesano, ha tre figli e non ha mai pensato di lasciare i luoghi della memoria, eppur tuttavia non nega ai suoi ragazzi la possibilità futura di sperimentare i Paesi del mondo. I suoi genitori col lavoro durissimo ed i frutti delle loro proprietà terriere ed immobiliari avevano garantito alla loro numerosissima prole, con rispettivi nipoti, un’esistenza non ricca ma dignitosa. Oggi F. è una donna piegata in due. Il marito, sarto e tagliatore di pantaloni fatti a mano, è stato licenziato. L’ultimo laboratorio artigianale dell’intera provincia ha chiuso, la fabbrichetta è stata schiantata dalla cattiva gestione e dai mercati spietati. Fine. La prestigiosa sartoria meridionale è ormai al Nord nelle mani dei cinesi. Fine. Così a 42 anni, dall’oggi al domani, l’uomo si è ritrovato ad elemosinare un lavoro. Dopo un mese di ricerche ha accettato di fare il muratore per 30 euro al giorno, senza alcuna tutela né garanzie, pagato finchè c’è la commessa. I due figli hanno interrotto l’università e per aiutare la barca fanno i camerieri nelle pizzerie e nei pub con paghe da fame. Di fronte a tali emergenze F. non se n’è stata con le mani in mano e nonostante l’altra figlia piccola si è messa in cerca di un lavoro. La sua caparbia alfine è stata premiata, così poco tempo fa le hanno offerto un impiego. Fiduciosa e volenterosa si è presentata sul posto di lavoro. Trattasi di un asilo e scuola elementare privata , affollata e dalla retta salata; le mansioni di F. sono: bidella-cuoca-addetto alle pulizie. Un factotum, insomma, stipendiato con 350 euro al mese.

Ascoltavo affranta il racconto amaro di F..

Dopo un mese di lavoro era stremata dalla fatica e dalle indigenze. Aveva gli occhi rossi di chi riposa poco e piange spesso. Mi raccontava di quanto maggiormente si avverte il peso di un lavoro estenuante a 40 anni.

Ho provato un dolore acuto, profondo; un senso d’impotenza mi ha scossa e così ho deciso di scrivere la sua storia. Tutti questi soprusi avvengono sotto i nostri occhi, codeste barbarie sono all’ordine del giorno fra la rassegnazione dei cittadini e l’indifferenza delle autorità. Finito il suo sfogo disperato mi ha supplicato di mantenere l’anonimato, di non rivelare nemmeno il nome del paese. La mia rabbia montava violenta, l’idea di lasciare impuniti codesti aguzzini mi ripugnava mentre un sottile piacere mi spingeva a disobbedire. Ma le suppliche di F. e la sua convinzione di non trovare giustizia alcuna, piuttosto addirittura, di dover subire le ritorsioni dei disonorati, mi hanno indotta ad un compromesso di cui non vado fiera. Dunque vi ho riferito una crudele verità anonima, permettendo quindi ai cannibali di continuare il loro ributtante pasto, e adesso che il mio articolo è concluso sento il rimorso di lasciar morire nell’oblio la dignità di tutti, compresa la mia.





Intervento – QUEL MOSTRUOSO CORPO, IMPERMEABILE AL FUTURO

13 09 2010

di Angelo Montella*

Silvio Berlusconi aveva deciso di salire al Colle, ma non per fare quello che dovrebbe, ovvero formalizzare la crisi di governo e rimettere il proprio mandato nelle mani del Capo dello Stato, bensì per chiedere a  Giorgio Napolitano di dare il proprio placet all’ennesimo illiberale abuso: la rimozione, direi quasi l’epurazione, del Presidente della Camera dei Deputati, Gianfranco Fini.

Il tutto nello sprezzo più totale sia della Carta Costituzionale che dei Regolamenti parlamentari. Ne l’una ne gli altri attribuiscono ad alcun organo Istituzionale la facoltà di rimuovere dallo scranno più alto di Montecitorio colui che vi è stato eletto.

Il Presidente della Camera ha un alto ruolo di garanzia: è tenuto a vigilare sul rispetto dei Regolamenti parlamentari, garantendo a ciascun deputato il pieno e libero esercizio dei propri diritti oltre che il rispetto rigoroso dei propri doveri.

L’art. 90 della Costituzione, se da un lato afferma che il Presidente della Repubblica, unico organo a cui è data questa “salvaguardia” costituzionale, non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, dall’altro pure esplicitamente configura, per il Capo dello Stato, gli unici due “reati propri”: quello dell’ alto tradimento e dell’ attentato alla Costituzione.

Dunque, nonostante la eccezionalità costituzionale della figura del Presidente della Repubblica, anche per questi è tuttavia prevista la possibilità della “messa in stato d’accusa” da parte del Parlamento in seduta comune, qualora il Capo dello Stato commettesse uno dei due reati di cui all’art. 90.

E’ proprio sull’ esistenza di questa norma che il Presidente del Consiglio giustifica la richiesta di rimozione di Fini che presenterà a Napolitano: se anche per il Capo dello Stato è prevista costituzionalmente la possibilità di rimettere in discussione il suo mandato, l’assenza di analoga previsione nella Carta e nei Regolamenti parlamentari per i Presidenti di Camera e Senato, rappresenta un “vulnus” normativo superabile quasi per applicazione analogica dell’art. 90.

Ne più ne meno che una bestemmia giuridica.

Infatti, non siamo dinanzi ad un discutibile “vuoto” normativo generatosi da una grave “distrazione” dei padri costituenti ma, al contrario, ci troviamo al cospetto di un mirabilissimo esempio di fine e ponderata architettura costituzionale.

I Presidenti di Camera e Senato svolgono, semplicemente, il ruolo di “arbitri”: la Carta Costituzionale non attribuisce loro i medesimi poteri esercitati dal Capo dello Stato. Solo a quest’ultimo, infatti, spetta il ruolo altissimo di massimo garante della Costituzione e, dunque, soltanto il Presidente della Repubblica e non altri, può e deve essere sottoposto, in casi ristrettissimi, al giudizio del Parlamento che è l’espressione diretta del Popolo sovrano.

Ecco perché, chiedere oggi a Napolitano di rimuovere Fini dalla Presidenza della Camera è l’ulteriore penosa dimostrazione di come sia inopportuna questa classe di governo che, con metafora velistica, si trova al timone senza conoscere le regole essenziali di navigazione.

Eppure questo è diventato il nostro Paese. Un Paese dove tutto ciò, tutto quello che di ignobile accade, anzichè indignare, suscitare pensiero critico di massa, provocare dibattito sociale, ribellione, analisi feroce e proposta superatrice, come pioggia fitta e sottile, scivola velocissimo ai piedi delle coscienze dormienti, delle bocche plagiate, delle mani plaudenti, delle ginocchia genuflesse: tutte membra di quel mostruoso corpo, impermeabile al Futuro, che è diventata la Società italiana.

Ci siamo abituati, non so quanto consapevolmente, alla quotidianità degli eccessi, al sistematico stravolgimento, a proprio vantaggio, di ogni norma, di ogni legge, di ogni regola, allo sfrontato superamento di qualsiasi limite e steccato, alla ostentazione dei disvalori, alla religione della superbia e del disprezzo palese delle opinioni contrarie, alla sistematica impiccagione del confronto, all’esercizio diffuso e naturale dell’arroganza da parte di potenti e potentini, alla coniugazione sfrontata del personalismo, alla reiterazione dei conflitti d’interesse, alla nausea dei comandanti verso la democrazia e le Istituzioni, alla sottomissione schiavistica dei più deboli da parte dei più forti, alla fulminea decapitazione del dissenso, all’annullamento menefreghista dei diritti sociali conquistati negli anni con il sacrificio di tanti, al disprezzo avvilente per il mondo del lavoro.

*Avvocato e presidente del Consiglio comunale di Sant’Agata de’ Goti (BN)





Intervento – UN MONASTERO SUL CONFINE

13 09 2010
Disegno di Enrico Bertelli (Fonte: http://bertellienrico.blogspot.com)

di Maria Garofalo

In occasione delle ferie estive avevo deciso di trascorrere una settimana in Friuli – pardon: Friuli Venezia Giulia. Ricordo di esser partita animata da una curiosità ignorante, il nome stesso mi rimandava a reminiscenze romantiche e mi ero convinta di trovare austeri paesaggi, città accoglienti e paesini da fiaba. Appena messo piedi in terra friulana, Trieste mi ha accolta soleggiata ed asciutta, dandomi così, già nel clima gradevole, il migliore dei benvenuti. Ben presto la realtà avrebbe superato di gran lunga ogni mia aspettativa. Spingendomi di città in città per strade sicure, attraverso boschi maestosi, costeggiando un mare azzurro e sincero, ho goduto di una bellezza sobria ed austera, gentile e timida. Ho avuto la possibilità di entrare in contatto con una gens che è tutt’uno con sua la terra, che porta con dignità sulla pelle sofferenze antiche e recenti. Un popolo tagliato su un confine per decenni ma che non ha perduto il senso di accoglienza civile, seppur rigorosa nell’esigere il rispetto delle regole. Meravigliosa regione a cui debbo il merito di avermi raccontato il Risorgimento italiano fino alla seconda guerra mondiale attraverso monumenti , lapidi, musei e memorie sempre vive ed onorate. Ma soprattutto mi ha mostrato l’immenso sacrificio di un intero popolo per liberarsi dal giogo asburgico prima, poi fascista, nazista e slavo per ultimo. Discretamente mi ha svelato il senso di patria, solidarietà, fratellanza. Un intenso scorrere pagine di Storia scritta sulle facciate dei palazzi alteri, nelle gloriose piazze, nei monumenti al Milite ignoto di ogni città della regione, nei cimiteri dei caduti mai dimenticati, nei sepolcrari delle romaniche chiese. A Trieste nel quartiere di San Sabba ho visitato in annichilito silenzio l’unico campo di concentramento nazi-fascista, dotato persino di forno crematorio.

Il Friuli Venezia Giulia la straordinaria opportunità di conoscere Libero il ragazzo partigiano che a soli tredici anni scelse da che parte stare. Libero è un giovane guerriero ultra ottantenne dagli occhi vigili e la favella spedita e tagliente. Un guerriero deluso che amaramente mi racconta di essersi battuto per liberare la sua patria e per ricostruirla dalle fondamenta, sacrificando tutto in nome della democrazia e della stesura della costituzione italiana. Un tenace combattente offeso dalla odierna politica e dal suo partito snaturato nei colori ma soprattutto nella fede degli ideali – ecco chi è l’uomo che mi osserva infiammato dai ricordi e dalla triste attualità. Non si può sostenere il suo sguardo, io non ce la faccio, mi vergogno. Resto con le mani in mano mentre il mio paese muore soffocato da un regime subdolo. E’  per questo che Libero ha rischiato tutto, vita compresa? Rassegnata e muta permetto che si disonori, agli occhi del mondo, il paese che il giovane partigiano ci restituì libero un giorno di tante lacrime fa.

L’ultimo colpo al mio cuore vigliacco ed ottuso me l’ha sferrato nel congedarsi, quando ha auspicato un leader donna e, finalmente, un movimento femminile che ci riportino al valore dell’onestà caparbia e della coesione del territorio.

- Le donne – mi dice – sono state il collante straordinario che ha tenuto legate famiglie smembrate, prendendosi cura di vecchi e bambini. Una forza sovrumana che ha retto fino alla fine senza un lamento e alcuna onorificenza.

Mi scruta severo e scorge la mia anima, spero non si accorga di quanto poco valga. Conclude : – Noi non abbiamo capito nulla delle donne, quelli della mia generazione meno che mai. Ma ora dovete farcela, dovete alzarvi in piedi, io vi sto aspettando per mettervi al vostro fianco, se lo vorrete. Gli uomini sono ancora troppo maschilisti ed impauriti, anche per questo ne hanno eletto uno dei peggiori.

A Gorizia sulla linea di confine con la Slovenia c’è un monastero anonimo nell’aspetto comune, silenzioso e modesto, eppur tuttavia impresso nella memoria della gente per la sua preziosa funzione negli anni tristi del dopo guerra di frontiera. Fino a quando, negli anni settanta, non furono restituiti i territori il monastero in occasione di una importante festività religiosa apriva le porte permettendo così alle famiglie divise sul confine di potersi riabbracciare. Il responsabile del museo di strumenti rinascimentali di Gorizia, da un balconcino, mi indicava il monastero a poche centinaia di metri mentre mi raccontava una storia che ricordava la Berlino del muro o la Palestina strozzata dal cordone di cemento. Quell’uomo pacato fissava il paesaggio verde contento di parlare al passato, passato per sempre.








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