Raskolnikov 12 – IL TRENO CHE LA SINISTRA STA PERDENDO

16 11 2010

di Mario Tirino

Siamo stati a lungo zitti negli ultimi mesi.

Un po’ perché quanto stava accadendo nel Paese – tra troie di regime, crolli di patrimoni culturali, la marea di maleducazione, cattivo gusto, delinquenza e irresponsabilità – ci ha persuasi che il silenzio fosse la migliore risposte al cicaleccio imperante. Un po’ per ragioni meramente personali.

Finalmente pare che l’inquietante sistema di potere che Silvio Berlusconi ha architettato nell’ultimo ventennio stia crollando come un castello di carte. Il berlusconismo è stato nell’ultimo trentennio – dalla scalata della tv commerciale al varo del governo Berlusconi quater – un apparato fondato sull’immagine, sull’odio verso l’avversario, sul comando, sull’obbedienza cieca di fedeli adoranti, sulla personalizzazione, sull’asservimento della cosa pubblica ai bisogni (soprattutto giudiziari) del Cavaliere.

Una parentesi vergognosa della nostra storia nazionale, con l’aggravante di aver contribuito, grazie alla grancassa assordante dei media di Mediaset, alla totale regressione civica e culturale di milioni di italiani.

Non diciamo nulla di nuovo; fior di commentatori, docenti universitari, analisti politici d’Italia, d’Europa e spesso anche d’America se ne sono occupati, giungendo a giudizi anche più duri del nostro.

Ebbene di fronte allo sfascio più totale della Nazione, con milioni di disoccupati, un dissesto idrogeologico che mette a rischio vaste parti del territorio e un’aria di generale rassegnazione e sfiducia, il principale partito d’opposizione – caso unico in Europa – non riesce a farsi portavoce della protesta popolare e, anzi, perde consensi.

Quando è stato eletto Pierluigi Bersani, il Partito Democratico totalizzava, nei sondaggi, il 26%. Il segretario pro tempore, Dario Franceschini (tra l’altro sfidante alle primarie che consacrarono la leadership bersaniana), fu bollato come un’incapace. Oggi, sebbene il centrodestra abbia clamorosamente fallito l’ennesima occasione di governare e riformare l’Italia, il PD annaspa, nel migliore dei casi, attorno al 24%.

Perché?

Sono almeno 14 mesi che Antonio Di Pietro, leader dell’Italia dei Valori, chiede al Partito Democratico, in maniera trasparente, di stabilire un programma e individuare un candidato premier per le elezioni del 2013. Del 2013, perché quando tale richiesta è stata formulata, il Cavaliere ante bunga bunga era ben saldo sulla sua poltrona e benediceva folle adoranti a L’Aquila e a Napoli, mentre Gianfranco Fini si lasciava andare solo a qualche mugugno occasionale.

Come risposta, Tonino ebbe solo il mutismo e l’immobilità più totali.

Dietro le quinte, si muove e si muoveva allora il grande fallimentare pensatore della sinistra italiana, quello stratega che sa perdere ogni competizione convinto ancora di essere l’indispensabile manovratore di cui il PD non può privarsi: Massimo D’Alema. A Baffino non è bastata neppure l’umiliazione inflittagli da Nichi Vendola, che nelle primarie per eleggere il candidato a governatore della Regione Puglia sconfisse sonoramente il raccomandato dalemiano di turno, il povero Francesco Boccia. Il quale, anzi, fu penalizzato dal fatto che proprio D’Alema scese in campo, manu militari, al suo fianco, addirittura convocando in Puglia i maggiorenti del PD a lui vicini, coinvolti in una campagna porta a porta d’antan.

Ma Baffino, appunto, non s’arrende. E mentre Silvio, tra un’orgia e un festino, s’ingrassa, progettando leggi contro l’uso delle intercettazioni, Lodo Alfano, riforma della giustizia, distruzione della scuola pubblica, tagli alla cultura, D’Alema trova giusto corteggiare pesantemente l’Unione di Centro di Pierferdinando Casini. Per fare cosa? Per andare dove?

Si sa, è chiaro e d’altronde Casini lo sostiene apertamente, che l’Udc non è interessata ad un nuovo centrosinistra, se della coalizione dovessero far parte l’IdV e Sinistra Ecologia e Libertà di Nichi Vendola.

Poi la situazione precipita. Gli scandali travolgono Silvio Berlusconi e la sua corte, in un’ampia gamma di accuse, che va dai traffici illeciti di Denis Verdini, alle indagini per camorra su Nicola Cosentino fino alle accuse per favoreggiamento della prostituzione ad Emilio Fede, Nicole Minetti e Lele Mora per l’oramai celeberrimo affaire Ruby. Senza dimenticare delle indagini per evasione fiscale che coinvolgono direttamente il premier e il primogenito Piersilvio.

Il PD si perde dietro i fumi di un governo di salute nazionale, cercando a ogni costo un accordo con Futuro e Libertà di Gianfranco Fini e l’Udc casiniana.

Sacrosanto sarebbe un governo a termine – massimo tre mesi – per varare la riforma della legge elettorale e mettere in sicurezza le finanze pubbliche.

Quello cui invece anela la cabina di regia del PD è un governo tecnico, di salute nazionale, che dovrebbe anche occuparsi di riforme. Intanto, non si capisce bene che tipo di riforme potrebbero essere progettate da esponenti politici animati da visioni opposte della politica, tanto da essersi schierati su tre posizioni diverse e avverse appena due anni fa (PD; UDC e FLI). E poi l’effetto sarebbe quello di annaspare per un annetto, massimo due nell’incuria e nel fallimento, prima di riconsegnare l’Italia a un Berlusconi più pimpante e baldanzoso che mai, come ebbe a spiegare Paolo Mieli, in un’acuta analisi a Parla con me, alcune settimane fa.

E c’è di più. I bene informati di cose romane disegnano, nelle ultime ore, un nuovo scenario: un clamoroso esodo di senatori pidiellini verso UDC o Fli oppure l’accettazione, da parte di Lega Nord e dello stesso PDL, di varare un nuovo governo di centrodestra allargato a Casini, Api di Francesco Rutelli e MpA di Raffaele Lombardo, anche presidente della Regione Sicilia. In entrambi i casi, il varo di un nuovo esecutivo postberlusconiano di centrodestra bypasserebbe l’impegno del PD, beffando alla grande la tattica attendista di Bersani, D’Alema & company.

Questo lo scenario esterno.

Passando allo scacchiere interno del centrosinistra, due nuove insidie sono emerse per la segreteria Bersani.

La prima. L’avvento di Nichi Vendola sullo scenario nazionale. Il governatore pugliese è ormai in grado di dialogare con portatori di interessi, partiti, esponenti della società civile. Sta impostando le basi per candidarsi a leader di un nuovo centrosinistra, riscontrando, ogni giorno che passa, maggiori aperture, dichiarazioni di stima, attestati di solidarietà e appoggio.

E’ per questo, come spiega Davide Vecchi sul sito del Fatto, che la vittoria del vendoliano Giuliano Pisapia contro Stefano Boeri, appoggiato dal PD, per le primarie a sindaco di Milano, non è solo un episodio locale.

La seconda insidia viene dall’interno del PD, e segnatamente dal movimento dei giovani rottamatori. Si tratta di un’ondata di amministratori trentenni e quarantenni che, stanchi di vedere il partito governato dalle solite vecchie e fallimentari personalità, ne richiedono l’immediata rimozione. D’altronde, fa notare l’animatore della corrente, il sindaco di Firenze Matteo Renzi, è lo stesso statuto del PD a prevedere un limite massimo di 2 mandati per qualunque carica elettiva: e allora perché non farlo rispettare?

Stretto a destra dalle mosse ancor oggi imperscrutabili di Fini & Casini, e a sinistra dall’impetuoso incedere – anche mediatico – di Nichi Vendola, la leadership di Bersani si contraddistingue ancor oggi per l’incapacità di assumersi la responsabilità di scelte coraggiose.

Lo stesso Curzio Maltese, in due diversi editoriali su Repubblica e Il Venerdì, stimola il PD ad una sintesi programmatica orientata a sinistra. E’ lì che il PD assiste ad un’emorragia di voti. Si commenta da sé, a tal proposito, l’idiota proposta di Massimo Cacciari, altro illustre stratega dei fallimenti della sinistra, di alleanza con il nuovo centro guidato da Luca Cordero di Montezemolo.

La preoccupazione imperante nelle chiuse stanze del PD sembra ancora essere quella di tornare al potere. In qualsiasi modo. Sarebbe ora che i leader del gruppo dirigente si facessero da parte, lasciando spazio a chi è già in mezzo alla gente, ne conosce le esigenze e i bisogni e ha idee concrete per rilanciare l’Italia.

Il PD metta in campo una chiara alleanza con SEL e IdV. Lanci una massiccia mobilitazione popolare, indicando soluzioni per tutte le categorie in lotta (precari, disoccupati, insegnanti, lavoratori, cassintegrati, giovani, studenti) e progettando, sin d’ora, l’economia italiana dei prossimi 30 anni (eolico, fotovoltaico, prodotti tipici, ricerca avanzata).

Se non si farà questo, pur dinanzi allo sfaldamento del PDL, il PD perderà forse l’ultimo treno per governare l’ammodernamento dell’Italia.

E a quel punto sarà giocoforza, per gli italiani più avveduti, affidarsi a Gianfranco Fini e alla sua destra repubblicana, laica e perbene.


Azioni

Informazione

Una risposta

16 11 2010
Raskolnikov 12 – IL TRENO CHE LA SINISTRA STA PERDENDO | Politica Italiana

[...] via http://mariotirino.wordpress.com/2010/11/16/raskolnikov-12-il-treno-che-la-sinistra-sta-perdendo/ AKPC_IDS += "22027,";Popularity: unranked [?] Posted by admin on novembre 16th, 2010 Tags: News, Politica Share | [...]

Lascia un Commento

Fill in your details below or click an icon to log in:

Logo WordPress.com

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Modifica )

Foto Twitter

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Modifica )

Foto di Facebook

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Modifica )

Connecting to %s




Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.